QUANDO UN GENITORE SI AMMALA…

SI PUÒ PARLARE DI TUMORE AI BAMBINI?

I figli, anche se piccoli, percepiscono chiaramente che in famiglia è cambiato qualcosa. Anche quando non informati, avvertono comunque la preoccupazione dei genitori e sono destabilizzati dal cambiamento delle abitudini e dal clima familiare inevitabilmente più teso.

Lasciarli all’oscuro con l’intento di proteggerli o perché sono “ancora troppo piccoli per capire” può essere al contrario fonte di ulteriore disagio per i bambini proprio perché sprovvisti degli strumenti per interpretare correttamente la situazione.
Senza il supporto dell’adulto che li aiuti a comprendere quanto sta accadendo, il “non detto” diventa spesso “ciò che non si può dire” e che perciò amplifica l’ansia.

COME AFFRONTARE L’ARGOMENTO?

Per aiutare i bambini a comprendere la situazione e a gestire le emozioni è importante dare informazioni chiare e adeguate all’età, consentire loro di esprimersi secondo i propri tempi e le proprie modalità (spesso non verbali), essere disponibili a rispondere alle domande sull’argomento nella maniera più onesta possibile.
A questo scopo, i genitori possono leggere insieme ai bambini fiabe e racconti illustrati che affrontano il tema della malattia oncologica e delle terapie, ideati per essere strumenti di condivisione e confronto anche con i più piccoli.

Uno di questi si intitola “Il viaggio della regina”, realizzato con il supporto di AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica).

2 pensieri riguardo “QUANDO UN GENITORE SI AMMALA…”

  1. Buongiorno, l’argomento è interessante e molto delicato. Mi chiedo se è come si possa gestire la comunicazione quando in una famiglia con bambini la malattia di un genitore è inguaribile e a rapida evoluzione. Quando è necessario chiedere un aiuto psicologico specialistico?

    1. Ciao Giuseppe,
      ci sono almeno tre aspetti a cui è bene prestare attenzione in situazioni di prognosi infausta in famiglie con bambini: chi sa cosa, ovvero il livello di consapevolezza del malato e dei familiari, rispetto sia alla diagnosi che alla prognosi; chi è il familiare di riferimento (chiamato anche “caregiver”) che spesso coincide con il genitore non malato, è informato della prognosi e vive la condizione di lutto anticipatorio; la presenza di una “rete” (parenti, amici) attorno alla famiglia che possa fornire un adeguato sostegno emotivo e pratico (importante quando ci sono bambini).
      Lo psicologo in genere affianca il medico nella comunicazione delle informazioni al malato e ai familiari. In una fase successiva, il suo intervento è rivolto sia al paziente, per aiutarlo ad elaborare le informazioni ricevute, sia alla famiglia, per gestire la comunicazione nel modo più adeguato.
      In presenza di figli piccoli spesso il genitore non malato chiede una consulenza psicologica per avere consigli su come poter parlare con i bambini di argomenti difficili. È importante che il genitore comprenda che i figli, anche se piccoli, percepiscono la gravità della situazione e hanno una rappresentazione della malattia e della morte. Il supporto psicologico specialistico è utile per fornire ai genitori strumenti per comunicare con i figli in maniera onesta e adeguata all’età.

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