Michela Murgia ha affrontato la malattia oncologica non solo con i farmaci, ma anche con le parole. Ha scelto di parlarne apertamente, di raccontare la sua esperienza nelle varie fasi del percorso di cura, di condividere il proprio vissuto e le personali riflessioni. Nelle interviste rilasciate durante la malattia e nel suo ultimo libro (Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi, ed. Strade Blu Mondadori, 2023) ha testimoniato l’importanza per il paziente di trovare le parole più adatte a se stessi che consentano di convivere emotivamente con la consapevolezza di avere un tumore.
Quando le ha comunicato la diagnosi, il medico non ha usato le parole “cancro” o “guerra”. Le ha lasciato spazio per elaborare la sua personale visione. Le ha permesso di cambiare prospettiva, di uscire dal classico registro bellico per sondare possibilità alternative e scegliere quella che sentiva più vicina a sé.
Insieme al suo oncologo, si è interrogata sul nome più appropriato da dare a quella malattia che era scritta a chiare lettere nella sua cartella clinica, ma che lei proprio non riusciva a pronunciare.
Brutto male. Male incurabile. Il maledetto. Il bastardo. Quella cosa.
Nel suo caso, le parole più conosciute e usate per riferirsi al cancro non l’avrebbero aiutata ad affrontare il percorso oncologico, tantomeno la paura. Ci voleva una parola diversa, che le consentisse di conviverci.
Così, Michela Murgia ha dato al suo tumore un nome in coreano, la lingua che la appassionava e che stava studiando. Riusciva dunque a dire la sua malattia in una lingua lontana, con un termine proveniente dall’altra parte del mondo. Era quella la giusta distanza che le permetteva di tollerare emotivamente la diagnosi, di prendere contatto con una realtà dolorosa.
Insieme, lei e l’oncologo avevano costruito una storia di cura, rendendo dicibile l’indicibile. La potenza della relazione tra medico e paziente.
